Domenica, 15 Dicembre 2019

Sanità  privata

Roma, 25 giugno 2015

Ecco perchè spenderò i miei soldi nella sanità privata
Attese estenuanti. La dottoressa che entra ed esce dall'ospedale in tenuta da sala operatoria. La privacy inesistente. Ore di attesa per pagare un ticket. La fotografia è chiara: sto parlando della sanità pubblica.

Mi chiamo Emanuela Astolfi e sono il presidente dell'associazione Avvocato del Cittadino. Nel 2012, per la prima volta, mi sono personalmente confrontata con i disservizi dei pronto soccorso degli ospedali capitolini per un ricovero di mia nonna che, a 90 anni, è stata lasciata per 8 ore in attesa per una visita su una sedia perché le barelle erano terminate. Ho denunciato la situazione con articoli e reportage fotografici, e, da lì, ho poi cercato di fare la mia parte per contribuire a risolvere i problemi, diffondendo le storie di malasanità riferite dai soci dell'ente che rappresento. Ma oggi, la storia è la mia.

Per degli accertamenti e un piccolo intervento, su consiglio del mio medico, mi sono rivolta ad un ospedale capitolino. Prima visita in intramoenia. E fin qui tutto bene. Passo poi per il "pubblico": attraverso un'impegnativa ed una cosiddetta richiesta di appuntamento "forzato", prenoto per una prestazione ambulatoriale. Mi viene detto di presentarmi il giorno dell'intervento alle 8,30 di mattina. Puntuale, arrivo. Vengo subito invitata dalla segretaria del reparto ad andare al Cup per pagare il ticket. Dopo un'estenuante fila, porto alla caposala la ricevuta del pagamento. E aspetto. Sono la terza. La dottoressa, che dalla mattina presto vedo girare per i vari piani del nosocomio con indosso il camice verde e gli zoccoli, in tenuta da sala operatoria, verso le 10,00 invita me e le altre pazienti a seguirla in ambulatorio. Per le 11,15 circa sono di nuovo al reparto,intervento fatto. Mi viene rilasciata un'altra richiesta per un altro appuntamento forzato per un esame di controllo dopo un mese: scendo al Cup, ho 40 numero davanti e solo due sportelli su 4 sono attivi. Dopo l'operazione, aspetto quindi due ore per prenotare e pagare una visita per cui non mi viene neanche indicato l'orario: "mettiamo tutti, simbolicamente, ad intervalli di mezz'ora poi chi arriva prima fa la visita prima(!)". La dottoressa, dopo una settimana, mi invita a presentarmi al reparto per un controllo della ferita: il sistema è lo stesso, non c'è orario, ci si mette in fila e si attende. E sto un'intera mattinata ad aspettare per una visita di 5 minuti, con la dottoressa che, con tono polemico, mi riprende per non aver portato con me copia della cartella clinica, con 4 specializzandi che assistono (dove, va bene il tirocinio, ma forse un po' di riservatezza per il paziente sarebbe anche auspicabile!) e che, rigorosamente per cognome, chiamano paziente dopo paziente, nonostante i divieti in tal senso. Anzi: quando ci si mette in fila, vengono consegnati dei numeri, ma poi, viene chiesto, davanti a tutti "lei come si chiama e cosa deve fare?". E poi, si viene chiamati per nome.

Ecco perché spenderò i miei soldi per un'assicurazione e per la sanità privata. Perché credo sia vergognoso, in un Paese civile, passare 5 ore in un ospedale per un banale intervento ambulatoriale. Perché credo sia disumano attendere per 2 ore per pagare il ticket. Perché la gentilezza è un dovere. Perché l'attenzione al paziente non è un favore. Perché forse sarà legittimo - pagando due volte, tasse e parcelle, per lo stesso servizio - chiedersi se è tutto sterilizzato di fronte ad un medico che passa l'intera mattina con il camice verde indosso fuori dalla sala operatoria.